Il programma di Barack Obama

GUERRA E PACE

«Quattro anni fa, ho promesso di porre fine alla guerra in Iraq. L’abbiamo fatto. Ho promesso grande concentrazione nella lotta ai terroristi che ci hanno attaccato l’11/9. L’abbiamo fatto. Abbiamo smussato lo slancio dei talebani in Afghanistan, e nel 2014, la nostra più lunga guerra sarà finita. Le trame terroristiche devono essere interrotte. La crisi dell’Europa deve essere contenuta. Il nostro impegno per la sicurezza di Israele non deve vacillare, e il governo iraniano deve affrontare un mondo unito contro le sue ambizioni nucleari».

INDUSTRIA ED ECONOMIA
«Nell’industria potremo avere un milione di nuovi posti di lavoro entro la fine del 2016 ed esportazioni raddoppiate per la fine del 2014. Dopo un decennio di declino, questo paese ha creato oltre mezzo milione di posti di lavoro nella produzione negli ultimi due anni e mezzo».

TASSE E DEFICIT
«Ho tagliato le tasse a coloro che ne avevano bisogno: famiglie della classe media, piccole imprese. Non credo che un altro giro di agevolazioni fiscali per milionari porterà nuovi posti di lavoro o pagherà il nostro deficit. Mi rifiuto di chiedere agli studenti di pagare di più per il college».

ISTRUZIONE

«Si può scegliere un futuro in cui sempre più americani abbiano la possibilità di acquisire le competenze di cui hanno bisogno per competere. Non importa quanti anni e quanti soldi abbiano».

ENERGIA E SICUREZZA
«A differenza di mio avversario, non lascerò scrivere alle compagnie petrolifere il piano energetico di questo paese o mettere in pericolo le nostre coste. Offriamo un percorso migliore, un futuro in cui si continui a investire in eolico e solare e carbone pulito».

IL FUTURO
«I nostri problemi possono risolversi, le sfide possono essere lanciate. Vi guiderò lungo un cammino tortuoso, ma che conduce in un posto migliore. Non pensiamo che il governo possa risolvere tutti i nostri problemi. Ma non credo che il governo sia la fonte di tutti i nostri problemi. Nessun partito ha il monopolio della saggezza. Nessuna democrazia funziona senza compromessi».

IN AMERICA SI PUÒ
«Noi crediamo che un bambino sfuggito alla povertà da grande possa, con una borsa di studio, diventare il fondatore del prossimo Google, o lo scienziato che cura il cancro, o il presidente degli Stati Uniti. È in nostro potere di dargli questa possibilità».

GLI IMMIGRATI
«È giusto che un giovane immigrato cresciuto qui, che qui ha promesso fedeltà alla nostra bandiera non debba essere espulso dall’unico paese che abbia mai chiamato a casa».

GLI SLOGAN
«Nel 2008 dissi ”Sì, possiamo”, oggi dico ”Sì, possiamo ma ci vuole tempo”».

IL LIBRO DI FIDEL CASTRO

«Obama e l’Impero».

Le anime morte – Gogol

“Il biondo era uno di quegli uomini, nel carattere del quale si nota, a tutta prima, una certa forza di resistenza. Non si è ancora riusciti ad aprir bocca, che già sono pronti a discutere e sembra che non s’accorderebbero mai con quanto è nettamente contrario al loro modo di pensare, che non direbbero mai intelligente una persona stupida e che, in particolare, non consentirebbero mai a fare la volontà altrui; e va sempre a finire, invece, che nel loro carattere si rivela una certa cedevolezza, che consentono a fare proprio quel che si erano rifiutati di compiere, che definiscono intelligenti le cose stupide, e poi si mettono a esaudire così bene la volontà altrui che meglio non si potrebbe; in una parola, cominciano come colpi di cannone e finiscono come flauti”
“Sempre e ovunque nella vita, così fra la dura, ruvida, povera e sudicia gente dei ceti inferiori come fra quella fredda, monotona e noiosamente accurata delle classi elevate, almeno una volta l’uomo incontra sul suo cammino un’apparizione diversa da quanto ha veduto fino allora e che, almeno per una volta, desta in lui un sentimento diverso da quelli che è destinato a sentire per tutta la vita”

“Ogni popolo, poichè reca in sé il segno delle proprie forze, colmo delle facoltà creative del suo proprio spirito e delle proprie splendenti caratteristiche e degli altri doni di Dio, si è a suo modo distinto con una particolare loquela. QUalsiasi concetto esprima, rivela nell’espressione usata un aspetto del carattere nazionale. Perspicacia e saggio intendimento della vita rivela la loquela britannica; con lieve eleganza brilla e si disperde l’effimera parola francese; ingegnosamente escogita la sua, secca ed acuta, non a tutti accessibile, il tedesco; ma non c’è parola che abbia lo slancio ardito, che scaturisca dal fondo del cuore, che ferva e palpiti di vita, quanto una parola russa detta a proposito”

“Ora, invece, mi avvicino indifferente ad ogni villaggio sconosciuto e ne guardo indifferente il comunissimo aspetto: non appare più invitante al mio sguardo, ormai freddo. Non ho più voglia di ridere e quel che avrebbe suscitato, negli anni trascorsi, un vivace moto del mio viso e risate e interminabili discorsi, ora scivola via e le labbra immobili serbano un silenzio indifferente. Oh, mia giovinezza, oh mio passato candore!”

“Tutto può essere vero, tutto può accadere in un uomo. Colui che è ora un giovane ardente si ritrarrebbe inorridito alla vista di se stesso vecchio. Prendete con voi, quando uscite dai teneri anni giovanili e vi incamminate verso la rude maturià che indurisce, prendete con voi tutti i moti gentili dell’animo, non abbandonateli lungo il cammino, non potreste più ritrovarli! Minacciosa, terribile è la vecchiaia che avanza e non restituisce mai nulla. La tomba è più misericordiosa, sulla tomba è scritto “Qui è sepolto un uomo”, mentre nulla si può leggere nei freddi insensibili lineamenti di una disumana vecchiezza”

“Poichè il giudizio dei contemporanei non riconosce come siano egualmente belle le lenti che guardano il sole e quelle che ci mostrano i movimenti degli insetti invisibili”

“A chi può mai importare se se la intendono compare e comare?”

“le donne…sono un argomento, che è semplicemente inutile parlarne! E a provarsi a dire o a rendere tutto ciò che passa sui loro visi, tutti quei riflessi, quei cenni…non si dice e non si rende proprio niente! I loro soli occhi sono già un regno così vasto che, se un uomo ci entra, non lo si ritrova mai più! Non c’è gancio, non c’è mezzo che valga a trarlo fuori!”

“Su quel campo nebuloso, buttato giù alla meglio, si stagliavano chiari e ben definiti doltanto i lineamenti dell’affascinante biondina: il visino ovale e pieno, il vitino sottile sottile, come hanno le collegiali da pochi mesi uscite di collegio, il bianco semplice vestito che, con levità e grazia, segnava in ogni parte le giovani membra ben formate, facendole spiccare in linee purissime. Sembrava che ella somigliasse ad una statuetta, nitidamente scolpita nell’avorio; ella sola biancheggiava e spiccava, limpida e chiara tra la folla torbida e opaca”

“Russia! Russia! Ti vedo, da questa mia stupenda, meravigliosa lontananza, io ti vedo: sei povera, sterminata, inospite; tu non rallegri lo sguardo né incuti rispetto con le ardite meraviglie dell’arte: tu non hai città fatte di alti palazzi, ricchi di finestre, piantati nella roccia, non hai alberi e tralci d’edera pittoreschi, radicati nelle case, fra lo scroscio e l’eterno pulviscolo delle cascate: il capo non si volge indietro a guardare i massi di pietra accumulati senza fine ad altezze vertiginose sopra di noi; non brillano attraverso le file scure degli archi sovrapposti, coperti di vite, d’edera e d’innumerevoli rose selvatiche, non brillano in lontananza gli immutabili profili dei monti che si levano scintillanti nel limpido cielo d’argento. Tu, mia Russia, sei tutta aperta, desolata, uniforme pianura. Come grumi di punti scuri, come impercettibili segni, stanno, fra le pianure, le tue basse città: nulla che seduca, che incanti lo sguardo. Ma quale misteriosa incomprensibile forza attrae l’animo a te? Perchè sento senza tregua risuonare negli orecchi la tua malinconica canzone che echeggia, da un mare all’altro, attraverso la tua immensità? Cosa dice la tua canzone? Che cosa, nella sua voce, chiama, singhiozza e stringe il cuore? Quali suoni mi baciano l’anima e vi penetrano dolorosamente, volgendosi attorno al mio cuore? Russia, cosa mi chiedi? Qual è il segreto inafferrabile vincolo che ci lega? Perchè mi guardi così e perchè tutto in te mi rivolge occhi colmi d’attesa?… Ancora pieno di stupore, resto immobile, ma già sopra il mio capo pende una nube minacciosa, gravida di future tempeste, e il pensiero tace dinnanzi alla tua immensità. Cosa mai va profetizzando questa tua distesa sconfinata? Forse qui, in te, nasceranno pensieri infiniti, perchè tu stessa sei infinita; forse qui sorgeranno epici eroi, perchè in te troveranno spazio per muoversi e agire… Minacciosa, la tua possente vastità mi conquista, si ripercuote nel più profondo del mio cuore con una forza terribile; di un potere sovrannaturale sono stati illuminati i miei occhi… Oh quale splendente, meravigliosa distesa ignota al mondo sei tu, mia Russia!”

“Quanto di strano, di attraente, di travolgente e di meraviglioso è nella parola viaggio! E come è bello, esso stesso, il viaggio!”

“Saggio è colui che non abborre da nessun carattere ma, penetrando in esso con lo sguardo fatto acuto dall’esperienza, lo studia fin nelle cause prime: tutto nell’uomo muta rapidamente; in meno di un volger d’occhi, gli è cresciuto nell’intimo un verme temibile, che ne sugge con assoluto potere i succhi vitali”

“Innumerevoli come le sabbie del mare sono le passioni umane. Tutte dissimili, le basse come le nobilissime, sono all’inizio soggette all’uomo, per diventarne soltanto di poi le inesorabili dominatrici”

“…quello spirito superiore, che sa non ridere, ma sopportare ogni beffa, cedere allo sciocco senza irritarsi, non andare fuori di sé mai e mantenere una calma orgogliosa nell’animo imperturbabile”

“Ma la gioventù è già felice perchè ha dinanzi a sè l’avvenire”

“…viaggio anche per me stesso: poichè conoscere il mondo, le vicende turbinose della gente, qualunque cosa se ne possa dire, è come un libro vivente, una seconda scienza”

“prendi tu stesso in mano la vanga, fa lavorare tua moglie, i figli, la servitù di casa; muori…ma sul lavoro! Almeno morirai facendo il tuo dovere e non a tavola, ingozzandoti come un maiale”

“L’esempio è più forte delle buone regole”

“Tutto l’essere suo era sconvolto e intenerito. Si fonde anche il platino, il più duro dei metalli, quello che più di ogni altro resiste al fuoco; quando la fiamma si ravviva sotto il crogiolo, soffiano i mantici e il fuoco sviluppa un insopportabile calore, il metallo ostinato imbianca e si fa liquido; così anche l’uomo più fermo cede, nel crogiolo delle sventure, quando queste, vieppiù crescendo, nebruciano, col loro fuoco irresistibile, l’indole indurita…”

“Eccellenza, chiunque sia l’uomo che voi chiamate un furfante è pur sempre un uomo. Come si fa a non difendere un uomo, quando si sa bene che la metà delle sue colpe sono da imputarsi alla sua ignoranza, alla sua rozzezza? Noi commettiamo delle ingiustizie ad ogni piè sospinto e ad ogni minuto siamo causa delle sciagure altrui, pur senza avere cattive intenzioni.”

“Bisognerebbe sempre prendere in considerazione gli antefatti della vita di un uomo, perchè, se non si esamina ogni cosa a sangue freddo, e fin dall’inizio ci si mette a gridare, non si fa altro che spaventare il colpevole, senza ottenerne una piena confessione; ma, quando lo si interroga con simpatia, da fratello a fratello, egli stesso rivela tutto, non chiede neppure che gli venga mitigata la pena, né si inasprisce contro alcuno, perchè vede chiaramente che non sono io, uomo, a punirlo, ma la legge”

“Anche l’uomo peggiore, il più indegno ha vivo il senso della giustizia; forse potrà non averlo un ebreo, ma un russo mai…”

“So che con nessun mezzo, nessuna minaccia, nessun castigo si può sradicare il male: esso ha ormai messo troppe profonde radici. La disonestà di accettare la bustarella è divenuta una necessità, anche per gente non nata per essere corrotta”

Su “I libri” di Antonio Gramsci

Si insiste molto sul fatto che sia aumentato il numero dei libri pubblicati. L’Istituto italiano del Libro comunica che la media annuale del decennio 1908-1918 è stata esattamente di 7.300. I calcoli fatti per il 1929 (i piú recenti) dànno la cifra di 17.718 (libri ed opuscoli; esclusi quelli della Città del Vaticano, di San Marino, delle colonie e delle terre di lingua italiana non facenti parte del Regno). Pubblicazioni polemiche e quindi tendenziose. Bisognerebbe vedere: 1) se le cifre sono omogenee, cioè se si calcola oggi come nel passato, ossia se non è cambiato il tipo dell’unità editoriale base; 2) bisogna tener conto che nel passato la statistica libraria era molto approssimativa e incerta (ciò si osserva per tutte le statistiche, per es. quella della raccolta del grano; ma è specialmente vero per i libri: si può dire che oggi non solo è mutato il tipo di unità calcolata, ma niente sfugge all’accertamento statistico); 3) è da vedere se e come è mutata la composizione organica del complesso librario: è certo che si sono moltiplicate le case editrici cattoliche, per esempio, e quindi la pubblicazione di opericciuole senza nessuna importanza culturale (cosí si sono moltiplicate le edizioni scolastiche cattoliche ecc.). In questo calcolo occorrerebbe tener conto delle tirature, e ciò specialmente per i giornali e le riviste.

Si legge meno o piú? E chi legge meno o piú? Si sta formando una «classe media colta» piú numerosa che in passato, che legge di piú, mentre le classi popolari leggono molto meno; ciò appare dal rapporto tra libri, riviste e giornali. I giornali sono diminuiti di numero e stampano meno copie; si leggono piú riviste e libri (cioè ci sono piú lettori di libri e riviste). Cfr. tra Italia e altri paesi nei modi di fare la statistica libraria e nella classificazione per gruppi di ciò che si pubblica.

pubblicato postumo in “Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura” (1949)

Antonio Gramsci

Uomo politico e pensatore (Ales, Cagliari, 1891 - Roma 1937). Membro del PSI e fondatore de L’Ordine Nuovo (1919), fece parte dell’esecutivo dell’Internazionale comunista (1923). Divenuto segretario del Partito comunista d’Italia (PCd’I) e deputato (1924), affrontò la questione meridionale, indirizzando la politica dei comunisti verso l’unione con i socialisti massimalisti. Nel 1924 fondò il quotidiano politicol’Unità, organo del PCd’I. Per la sua attività e per le sue idee fu condannato a venti anni di carcere (1928). Il suo pensiero politico, espresso anche nei numerosi scritti, si articolò in una rilettura globale dei fenomeni sociali e politici internazionali dal Risorgimento in poi, che lo portò a criticare per la prima volta lo stalinismo, a teorizzare il passaggio dalla “guerra di movimento” alla “guerra di posizione”, a formulare i concetti di “egemonia” e di “rivoluzione passiva”. Per la statura del suo impegno intellettuale e politico è considerato una tra le maggiori figure della prima metà del Novecento italiano.

Come mai le donne amano Cinquanta sfumature di grigio

È il più veloce-seller per adulti di tutti i tempi – ed è molto appropriato per adulti. Perché milioni di donne siano state sedotte da Cinquanta sfumature di grigio non è dato sapere.

È inutile negare che ci sia qualcosa di importante qui: EL James ha venduto 31 milioni di copie della sua trilogia Cinquanta sfumature di grigio, Cinquanta sfumature di neroCinquanta sfumature di rosso tramite il suo editore inglese, Random House, in 37 paesi. In sei mesi. È il più veloce-seller di tutti i tempi che non sia Harry Potter”. Ma il suo contenuto è, naturalmente, per adulti.

La trilogia racconta di Anastasia Steele, che si innamora di Christian Grey, un giovane miliardario tormentato che ama il sesso e consumato dall’ossessivo bisogno di controllo, ma soprattutto ha gusti erotici decisamente singolari e predilige pratiche sessuali insospettabili. Lei deve imparare a condividere lo stile di vita di Grey senza sacrificare la sua integrità e indipendenza; lui deve superare la sua ossessione per il controllo lasciandosi alle spalle i tormenti che continuano a perseguitarlo. Le cose tra di loro evolvono rapidamente: Ana diventa sempre più sicura di sé e Christian inizia lentamente ad affidarsi a lei, fino a non poterne più fare a meno. In un crescendo di erotismo, passione e sentimento, tutto sembra davvero andare per il meglio. Ma i conti con il passato non sono ancora chiusi… In circostanze normali, sarebbe difficile arrivare così velocemente e pedissequamente al sesso, ma qui, l’elemento dominante è inteso come una scorciatoia. Grey è interessato solo a una posizione dominante/rapporto sottomesso. Steele vuole solo un ragazzo normale. Dopo 1.600 pagine di questa roba, lo saprete anche voi come finirà. Sto cercando di essere gentile. Non posso farne a meno.

L’elemento inatteso della narrativa erotica è in gran parte nell’immaginazione, e una volta che la gente l’ha letta, si sente felice di discuterne apertamente. Il successo di Cinquanta sfumature è avvenuto grazie al passaparola delle donne che ne hanno fatto nel mondo un vero e proprio cult. Dove si posiziona la letteratura erotica? Finora è stata regalata a un piccolo numero di lettori.

La cultura alta e la cultura bassa si sono sempre scontrate. È accettabile che uno legga Il Sole24 ore e poi guardi Il Grande Fratello in tv, legga José Saramago e poi Fabio Volo. Forse è in atto una piccola rivoluzione, iniziata con la grande diffusione di Cinquanta sfumature.

No, c’è di più di quello che ho scritto. In primo luogo, le scene di sesso sono così difficili da scrivere; sicuramente è più facile fare sesso. Così come è difficile scrivere una storia infarcita di sesso, è ancora più difficile descrivere una storia intervallata da dettagli sessuali espliciti. Nell’atto stesso di descrivere il sesso, si crea una scena sessuale straziante. Il sesso non è un palliativo e EL James ha fatto la sua sexy figura, ma tra i marziani. Difficile credere che i libri siano piaciuti a qualcuno. Che sia un lunatico e basta? Scusi di tutto Flaubert. Non s’offenda, Madame Bovary.

Due parole su che cosa rende grande un libro

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Si può restare troppo coinvolti quando leggiamo? Invece di essere in grado di godere di un libro per quello che è, dobbiamo scavare più a fondo per strappare ciò che lo distingue.

Perché il fatto è che non esiste un modo giusto o sbagliato di leggere. Dovremmo leggere questi lavori per ciò che non sono i loro punti di forza, come il fatto che ci sembra di godere pensando anche ad altre opere che hanno questi punti di forza. Si potrebbe apprezzare la storia di Twilight di Stephenie Meyer, la cui scrittura è terribile, ma la storia è avvincente? Si potrebbe apprezzare lo stile di scrittura ampolloso di Tolkien? Potremmo passare così tanto tempo ad analizzare alcuni aspetti di questi romanzi, ma qual è il punto cruciale?

La vera letteratura non si limita a fare solo una cosa per bene. Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi non è scritto solo bene, ma la storia è anche seducente. Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, o anche Uomini e topi e Harry Potter hanno una voce unica e la storia è piacevole. L’ombra dello scorpione è probabilmente la più letteraria di una qualsiasi delle opere di Stephen King, perché riequilibra un tono colloquiale e una narrazione veramente significativi.

E così fanno altri libri ritenuti di grande letteratura. Gli autori trovano l’equilibrio tra storia e stile che alcuni lettori possono non scorgere.

Non fraintendetemi. Ci sono molti “grandi” che sono immeritevoli. Jane Austen era più innamorata della prosa florida rispetto a qualsiasi tipo di narrazione vera e propria, come lo era James Joyce. Penso che John Steinbeck non sia riuscito a trovare il giusto equilibrio in Furore come ha fatto in Uomini e topi. Né ci sono riusciti Mary Shelley o Bram Stoker, che raccontano storie meravigliose in modo tremendo.

E questo è tutto ciò che fa grande la letteratura. Un equilibrio. Un equilibrio tra parole e storia, arte e tecnicità. Come lettori, quando apriamo un libro, abbiamo bisogno di avere una mente aperta. Certo, siamo in grado di apprezzare la storia, ma sta a noi fare in modo che una scrittura atroce sia sempre considerata atroce. Siamo in grado di apprezzare la scrittura, ma dobbiamo fare in modo che la scrittura dica in realtà qualcosa invece di essere solo belle parole.

È compito dei lettori determinare ciò che diventa un grande libro. E non possiamo farlo con i paraocchi, se la nostra ricerca è concentrata a senso unico sulle parole o sulla storia.

Narrativa russa contemporanea

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La letteratura russa è un grande esempio della vivacità, intelligenza, e intuizione della sua gente. Come ogni altra attività culturale in questo paese eurasiatico, la letteratura russa si è evoluta nel corso dal XVIII al XX secolo. In effetti, nel corso del XVIII secolo la letteratura russa è nel suo periodo d’oro grazie alla magnifica rappresentazione letteraria di molti scrittori, come Fëdor Dostoevskij, Lev Nikolàevič Tolstòj e Aleksandr Sergeevič Puškin, per citarne alcuni.

Il XX secolo è stato considerato l’età d’argento nella letteratura russa, perché in questo periodo la poesia ha raggiunto il suo massimo splendore.

È stato un periodo molto creativo nella storia della letteratura russa. Inoltre, molti movimenti artistici e scuole poetiche apparsero sulla scena, come il Futurismo russo, l’acmeismo e l’anarchismo mistico. Purtroppo, l’età d’argento si concluse dopo la guerra civile russa.

La letteratura russa di oggi è caratterizzata da una moltitudine di generi, dai classici agli innovatori estremi, e tutti hanno riscontro a un vasto pubblico. I russi sono ancora i lettori fanatici. La rassegna che presentiamo qui è una scelta molto personale tra una vasta gamma di autori.

Uno degli autori più letti è Grigorij Čhkhartišvili (1956), filologo, critico, saggista e traduttore giapponese che scrive romanzi polizieschi sotto lo pseudonimo di Boris Akunin. Egli è l’autore di una serie di romanzi con protagonista Erast Petrovič Fandorin e una serie sulla suora detective Pelagija.

Lo scrittore Victor Pelevin (1962), con formazione di ingegnere elettromeccanico, è degno di nota per i suoi testi stratificati postmoderni che fondono elementi della cultura pop e filosofie esoteriche. La sua opera più famosa è forse il romanzo Generazione P (1999). La P di Pepsi, come dimostra la frase di apertura: “C’è stato in Russia una vera e spensierata, giovane generazione che guardava con un sorriso all’estate, al mare e al sole, e ha scelto la Pepsi”. Seguita da una satira esilarante di un poeta che finisce nel mondo della pubblicità e diventa molto ricco.

Come Pelevin, il postmoderno Vladimir Sorokin (1955) utilizza termini piuttosto crudi mentre descrive perversioni sessuali, depravazioni e la violenza spesso irrazionale e orribile. Il romanzo La Coda (1983) è una di queste opere di Sorokin. Il libro non ha storia, solo l’impatto letterale dei dialoghi di persone in attesa in una coda da qualche parte a Mosca negli anni ’80. Con il suo romanzo Lardo azzurro (1999), ha scioccato il pubblico con una scena in cui i cloni di Stalin e di Krusciov hanno rapporti sessuali tra loro. Allo stesso tempo ha mostrato il suo genio letterario, attraverso cloni di grandi scrittori russi come Tolstoj, Dostoevskij e Nabokov, scrivendo i suoi testi nello stile degli autori coinvolti.

Il drammaturgo, romanziere e ristoratore Dmitrij Lipskerov (1964) presenta personaggi che funzionano in un mondo dove la realtà russa è spesso fortemente trasformata in una miscela di realismo e fantasia. Dal momento che il suo romanzo L’ultimo sogno della ragione (2000), molti russi lo confrontano con Gabriel Garcia Marquez e Salman Rushdie. I lettori al di fuori della lingua russa non conoscono Lipskerov. Fino ad oggi abbiamo infatti trovato solo un suo libro tradotto (in francese).

Nella letteratura russa contemporanea un ruolo di primo piano è svolto da donne scrittrici. Uno delle migliori autrici russe è Galina Shcherbakova (1932). Stranamente, non una delle sue opere è stato mai tradotta, ed è del tutto sconosciuta al di fuori della Russia. Un altro autore top è Dina Rubina (1953). Da quando il suo romanzo d’esordio Ecco il Messia (1996) Alcuni dei suoi libri sono dei bestseller.

Lo stesso vale per Tatiana Ustinova (1968), che originariamente ha ottenuto una laurea in fisica. Ha esordito come scrittore nel 1999 con la sua storia criminale Un angelo personale. Da allora, ogni libro di Tatjana Ustinova è un bestseller. Oggi, lei è uno dei migliori autori di romanzi gialli. I suoi romanzi sono sempre dotate di una protagonista femminile che finisce inaspettatamente nel bel mezzo di un’attività criminale.

Altra autrice è Ljudmila Ulickaja (1943), che scrive storie di vita quotidiana, situate principalmente in Russia in ambienti artistici e accademici, e che viene spesso paragonata a Čechov. Con lei il romanzo Daniel Stein, traduttore è diventato un bestseller nella letteratura russa.

 

 

 

 

 

Tra i più giovani, Michail Elizarov (1973) con laurea in filosofia ha scritto il suo primo libro, Unghie, nel 2001, seguito da Pasternak e dal più famoso Il bibliotecario, miglior libro russo nel 2008, tradotto in tedesco, italiano, francese, ecc. Oggi il nuovo Cartoons, non ancora pubblicato in Italia, riprende il successo del precedente romanzo.

 

La letteratura catalana

“La scrittura catalana, passata e presente, non è mai stata in una posizione migliore per uscire dal bozzolo regionale impostole dalla politica e dai pregiudizi, dando ai lettori stranieri la possibilità di scoprire una letteratura nazionale importante che è stato uno dei segreti in Europa meglio custoditi per troppo tempo.”

La Catalogna è una delle regioni che formano la comunità linguistica catalana, la quale attualmente si trova distribuita in quattro stati europei: lo Stato spagnolo (Catalogna, Paesi valenziani, Isole Baleari, parte delle comunità autonome d’Aragona e di Murcia), lo Stato francese (la Catalogna del Nord, il Dipartimento dei Pirenei Orientali), lo Stato italiano (Alghero, la città in provincia di Sassari in Sardegna) e Andorra (lo stato indipendente che si trova nel cuore dei Pirenei, dove il catalano è l’unica lingua ufficiale).
Nel 1979, un editore britannico disse che non c’erano lettori per la letteratura regionale, senza neanche aver letto il romanzo tradotto dal catalano “Tutte le bestie da soma” di Manuel de Pedrolo. Un altro esempio, se si fosse bisogno, che per essere classificati come ‘regionale’ deve essere relegato al rango di indesiderato, in termini editoriali. La letteratura catalana, incredibilmente, ha sofferto per decenni – se non per secoli – da questa temuta etichetta ‘regionale’. Incredibilmente, perché il catalano ha più orecchie (sei milioni e mezzo) rispetto a diverse lingue ufficiali europee, copre una vasta area (Valencia, Catalogna spagnola, Catalogna francese, sud Aragona, Baleari) e la sua produzione letteraria è paragonabile a quella di diverse lingue più grandi. Purtroppo, molti fattori hanno contribuito nel corso degli anni a falsare la vera natura della lingua e letteratura catalana: riprese dallo Stato spagnolo con la forza delle armi nel XVIII secolo, le aree di lingua catalana sono stati sottoposti per oltre 250 anni di una serie di leggi volte a sopprimere l’uso pubblico della lingua catalana – libri compresi – che si conclude con un tentativo vizioso di eliminare completamente la lingua nelle prime fasi della dittatura franchista (un margine molto piccolo letterario è stato permesso dopo il 1962).
Dopo la Guerra Civile (1936-1939), la stragrande maggioranza degli scrittori catalani che era antifascista (Mercè Rodoreda, Amat-Piniella, Aurora Bertrana, Pere Calders, Xavier Benguerel, Avel•lí Artís) scrisse molti dei lavori in esilio.
La dittatura franchista (1939-1975) inizialmente lasciò indifesa la società e proibì il catalano come lingua. Un lento processo di recupero forzato da parte della resistenza politica e culturale – editori, premi letterari, settimanali – si consolidava in Catalogna ma lasciava indifferente la popolazione al di fuori della regione. I grandi scrittori del periodo della Repubblica divennero i modelli indiscussi di molti scrittori che incorporarono  una nuova cultura in catalano (Manuel de Pedrolo, Perucho e poi Espinàs, Capmany, Porcel, Saladrigas, Moix, Roig, Teixidor). Un fenomeno che si è verificato in parallelo – gli stessi editori, lo stesso spazio culturale e lo stesso mercato – a Valencia e nelle Isole Baleari (Llorenç Villalonga, in particolare, e poi Janer i Manila, Maria Antònia Oliver e Gabriel Mesquida).
L’arrivo della democrazia (1978), impose il catalano come la formazione linguistica preferita; ciò aumentò il numero potenziale di lettori e rafforzò il ruolo degli editori. Non ci fu generalmente una estetica egemonica e il numero di autori – compresi, significativamente, quelli di Valencia – aumentarono i lettori.
In democrazia, tuttavia, la scrittura catalana deve ancora fare i conti con una notevole antipatia dalla lettura pubblica spagnola di autori di lingua catalana (testimoniato da molti editori di Barcellona) – uno svantaggio considerevole dato che gli editori stranieri tendono a giudicare i libri catalani esclusivamente sulle loro vendite in traduzione spagnola. Non stupisce che l’editore britannico non si sia preoccupato di leggere il libro. Se lo avesse fatto, però, avrebbe scoperto che ‘Tutte le bestie da soma’ era un brillante fantasy politico, il cui autore, Manuel de Pedrolo, ha avuto oltre 140 titoli al suo attivo, che vanno dai best-seller, come Seconda origine, recentemente pubblicato in Italia e, tra breve, visibile sullo schermo ad opera del regista Bigas Luna, dalla narrativa poliziesca alla poesia e al dramma esistenziale. L’editore britannico avrebbe potuto verificare la presenza di altre importanti opere della letteratura catalana, da ‘Tirant lo Blanc’ di Joanot Martorell, probabilmente il primo grande romanzo europeo, o le poesie d’amore del XV secolo di Ausiàs March, che anticipa l’individualismo romantico di quattro secoli, avrebbe potuto individuare la poesia surrealista di Salvat-Papasseit e JV Foix, che influenzarono maggiormente i lavori di Salvator Dalí e Miró, rispettivamente, o si sarebbe imbattuto nei romanzi straordinari di Mercè Rodoreda che sono apparsi nel 1960 e le imbattibili descrizioni della vita catalana ed europea di Josep Pla che attraversano cinquant’anni (e raccolti in sessanta volumi) o le bellissime brevi storie degli anni 1970 di Pere Calders. Ma non lo fece: ‘No, qui non ci sono lettori!’ Né è cambiata la situazione dal momento che l’esposizione fornita dai Giochi Olimpici del 1992 trasformò Barcellona nella quarta città più visitata in Europa. Prendete un importante scrittore contemporaneo come Quim Monzó, le cui quattordici opere di fiction e non-fiction hanno avuto vendite complessive di oltre 600.000 libri in catalano, con molti titoli in ristampa in ben 25 edizioni. Già tradotte in undici lingue, e descritto da un critico americano come ‘il miglior scrittore europeo racconto nell’ultimo decennio’, Monzó – insieme a molti altri eccellenti autori contemporanei come Carme Riera e Miquel Bauçà – restano inspiegabilmente indisponibili per i lettori. Dal 1984 è permesso l’insegnamento del catalano nelle scuole; sempre più persone che vivono nelle zone in cui si parla la lingua sono ora in grado di leggere e scrivere con facilità, e come risultato una produzione catalana di libri è salita e rappresenta ormai non meno del 12% di tutte le pubblicazione di libri in Spagna (6.000 nuovi titoli all’anno). In cima a questo, il successo della televisione pubblica catalana (leader di mercato negli ultimi cinque anni) ha contribuito a creare uno mercato letterario di massa per la prima volta. Questo panorama in commercio sano è stato migliorato su un livello più serio da una nuova generazione di autori di livello europeo, come poeta Cassases Enric e romanzieri dotati come Albert Sánchez, Imma Monsó, Manuel Baixauli, Jordi Cussà, Isabel-Clara Simó, Pep Coll e Jordi Punti. In poche parole, la scrittura catalana, passata e presente, non è mai stato in una posizione migliore per uscire dal bozzolo ‘regionale’ imposto dalla politica e dai pregiudizi, così alla fine dando lettori stranieri la possibilità di scoprire una letteratura nazionale importante che ha stato uno dei segreti meglio custoditi d’Europa per troppo tempo.

La giovane corrente letteraria spagnola “Afterpop” o Generazione Nocilla

Sono scrittori nati negli anni ’70 in Spagna, con alcuni approcci rivoluzionari e immersi nell’era di Internet che, nonostante legati a un mondo pieno di comodità e opportunità, hanno manifestato una profonda insoddisfazione, perché non potevano realizzare i loro sogni e perché il possesso materiale non li rendeva felici. Per poter cambiare il mondo, questi giovani si sono appellati a un cambiamento che deve iniziare dall’individuo stesso: “Affrontare le paure che ci imprigionano e ci impediscono di essere noi stessi. È necessaria una rivoluzione interiore per cambiare le nostre scelte di vita e, quindi, i modelli sociali”.

Sono i rappresentanti della Generación Nocilla, la “generazione Nutella”, scrittori con un nuovo modo di vedere la società e anche di raccontarla.
La principale caratteristica che ha definito questa nuova generazione in disaccordo e in conflitto con il mondo letterario più convenzionale e la volontaria e provocatoria pubblicazione delle loro opere nella piccola o media editoria, anche se i più importanti scrittori sono migrati verso le grandi case editrici, come la Mondadori, Alfaguara e Anagrama. Abbondano nell’uso regolare di Internet tramite i loro blog, considerandoli come campi sperimentali dei loro romanzi. Sono una generazione nata nell’era dei mass media e, quindi, la loro presenza o la loro influenza si fa sentire nelle loro opere mediante l’utilizzo di una serrata critica culturale contro lo spettacolo, l’abiezione contro il kitsch, il sarcasmo contro il formalismo e una nuova coscienza della tecnologia.

Questa generazione sta cambiando il mondo letterario perché ognuno di questi scrittori ha una grande capacità di reinventarsi, di modo che non si possa dire come potrebbe evolvere lo stile letterario in pochi anni, cosa potrebbe succedere dopo, dopo il pop.

Nel nome del postmoderno, questo nuovo gruppo è anche definito Afterpop, impegnato nella ricostruzione della cultura alta da quella che chiama la cenere del Pop, le cui principali caratteristiche stilistiche sono una narrazione frammentaria che è molto influenzata dalla letteratura americana e dai mass media. Un’altra caratteristica fondamentale è la mancanza di preoccupazione per i personaggi e l’interesse per la sociologia, miscelando differenti generi con grande naturalezza, perché non ci siano confini tra loro, in modo paritetico tra la poesia, i romanzi e i saggi. Non rifiutano la letteratura di business, ma si oppongono violentemente a concessioni.

Gli autori di riferimento sono Agustín Fernández Mallo, Eloy Fernández Porta, Manuel Vilas, Laura Fernandez, Javier Calvo e Vicente Luis Mora.

Jorge Carrión, altro rappresentante, si descrive come “uno scrittore del secolo” e sostiene che il suo lavoro “non può essere spiegato senza tutto ciò che caratterizza la nostra epoca”. Il suo romanzo Los Muertos, in Italia con il titolo I morti, sarà presentato al Salone del libro di Torino, in programma dal 10 al 14 maggio 2012.

Il conflitto arabo-israeliano, Guerra e Letteratura

La storia della letteratura ebraica in Israele riflette anche i tempi politici, vale a dire il periodo dello Stato e dei tempi di guerra. In effetti, la guerra e il discorso della guerra hanno sempre fatto parte della letteratura israeliana (ad esempio Miron, 1994, 2006; Hever, 1999, 2002, Schwartz, 2000). Associata con il momento cruciale della fondazione dello Stato di Israele e del suo ruolo formativo, le radici di questa letteratura possono essere fatte risalire in Europa e alle complessità della diaspora e della patria, mettendo in luce i miti della rinascita e dei processi di auto-identificazione nazionale, dando una forma secolare all’esperienza religiosa e alla visione teologica. Si tratta di una letteratura che ha elaborato racconti diversi e talvolta contraddittori di ripresa e di catastrofe. Parte di questa letteratura è stata modellata dal conflitto arabo-israeliano, riflettendo sulle lotte politiche e dando forme poetiche alla violenza e all’aggressione, al terrore e all’angoscia, al lutto e al cordoglio. Anche se questa letteratura ha contribuito alla costruzione di una identità nazionale, al tempo stesso e per certi aspetti simili, ha anche messo in discussione i confini fra bene e male, amici contro nemici, israeliani contro palestinesi e ebrei contro arabi.

Il tempo politico è inciso nei titoli di gruppi letterari come “Il Palmach Generation” (“Generazione della Terra”) e la “Generazione Statehood”. La corrispondenza esplicita tra letteratura e impegno politico è già dimostrato nel ruolo svolto da scrittori e poeti nel corso degli anni del Yishuv. Alterman, un poeta di rilievo, la cui poesia simbolista della metropoli moderna è diventata una parte del canone, ha scritto “Il piatto d’argento” nel 1947. Questo poema, che è stato pubblicato nel quotidiano Davar, poco dopo la decisione di dividere la Palestina delle Nazioni Unite in Stato ebraico e Stati arabi con lo scoppio della guerra del 1948, diede forma poetica alla morte dei giovani che ha permesso la creazione dello Stato nazionale ebraico. Così la figurazione “morti-viventi” è stato trasformato in una “allegoria nazionale” (Hever, 1999), l’immagine di una rinascita collettiva che ha confermato la narrativa sionista.

Questo stesso tema è visto in un altro poema celebre di Haim Gouri che descrive la bella, estetica “resurrezione” dei giovani soldati caduti sul campo di battaglia. L’emergere di una nuova generazione di scrittori nati nel pre-Stato di Israele, nativi cresciuti in un ambiente ebraico (la lingua ufficiale del Yishuv), che hanno partecipato alla guerra del 1948 e successivamente sono stati coinvolti nella vita politica, ha mostrato questo forte legame tra l’ethos collettivo e la creazione letteraria. Autori come Moshe Shamir, Yizhar Smilansky (S. Yizhar) e Igal Mossinsohn incentrarono i loro scrittri sulla lotta per l’indipendenza nazionale durante gli anni del mandato britannico, la Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto e la guerra del 1948. I loro testi trattarono i conflitti nazionali e collettivi in Terra d’Israele, sia dell’epoca contemporanea e sia dei tempi antichi. Esempi sono romanzi di Moshe Shamir, Camminò attraverso i campi (1947) e Le sue stesse mani (1951) che, nonostante l’apparente conferma della narrazione sionista, il suo protagonista – personificazione del nativo israeliano e del desiderio di liberare se stesso dal peso della Diaspora – non può essere riscattato anche in Israele o sul campo di battaglia. Allo stesso modo, il suo romanzo storico, Il regno della carne e del sangue (1954), utilizza il periodo del Secondo Tempio e le lotte sotto il regime di Alexander Yanai per criticare la politica di Ben-Gurion. L’interferenza con i valori collettivi nazionali, basati su norme eroiche, la fiducia nel processo di sedimentazione e di soggiogare la terra e la disponibilità senza compromessi per l’autosacrificio nel lungo processo di interiorizzare l’agenda collettiva sociale e militarista si rivelano nel lavoro di S. Yizhar. The Prisoner e Hirbet Hiz’ah (1949) criticano fortemente l’esercito israeliano mentre suggerisce l’analogia tra qua e là, ora e dopo ed esuli ebrei e arabi. Il lavoro in sé, tuttavia, non respinge la narrazione egemonica sionista.

Nel 1960, emerge una nuova generazione di autori: Yehoshua Kenaz, Amalia Kahana-Carmon, Ruth Almog, Itzhak Orpaz, AB Yehoshua e Amos Oz. Le loro opere espongono i problemi collettivi e nazionali, le lotte generazionali riflettono in narrazioni edipiche e una parziale fusione dei limiti tra sé e gli altri, israeliani e loro nemici. Amos Oz scrive la sua prima antologia di racconti (1966) sulla vita nel kibbutz. La storia Nomads and Viper si concentra sul conflitto tra i membri di un kibbutz nel Negev e i beduini, i coloni ebrei e gli arabi, in cui l’”Ebreo errante”, un tropo negativo del moderno linguaggio europeo antisemita si riflette nella perturbante (unheimlich) figura del nomade arabo.

La figurazione demoniaca e ossessionante dell’arabo riappare in AB Yehoshua è Davanti alle foreste (1963). Protagonista della storia, uno studente israeliano che viene assegnato per proteggere le foreste nazionali, fugge dalla città alla solitudine delle foreste, con l’obiettivo di raggiungere una svolta e fare qualche scoperta nella sua tesi di dottorato sulle Crociate. Avviene una scoperta, anche se in una direzione diversa da quanto aveva previsto. Non le Crociate, ma piuttosto i resti di un villaggio arabo sono rivelati dopo che gli alberi della foresta che lo copriva vanno in fiamme. Le ombre del passato si alzano dal vuoto della dimenticanza, violando il “silenzio” del 1948. L’allegoria di Yehoshua traccia una realtà che aveva forma, tra le altre cose, come un ethos di crescita e prosperità legata a progetti ideologici di forestazione, a volte allo scopo di occultamento e negazione di distruzione e rovina.

In Momenti Musicali (1980), Yehoshua Kenaz racconta la storia di un ragazzo nello Yishuv ai tempi del mandato britannico, il suo incontro con gli immigrati provenienti dall’Europa e la sua decisione di non suonare più (un’eredità europea) a favore dell’attività militarista. Il servizio sotto le armi – un’esperienza formativa dell’ideologia del melting pot che impone restrizioni e regolamenti in materia – è messa in discussione in Infiltrazione (1986). Il romanzo racconta di un gruppo di soldati israeliani che non riescono a scrivere di essi stessi nella narrazione omogenea nazionale. Essi rappresentano un’alternativa che non può tuttavia essere soddisfatta come il narratore, testimone di processi identitari, documenti momenti di distorsione e deformazione nella nascita del nuovo corpo nativo.

I poeti della generazione Statehood offrono una prospettiva alternativa per affrontare le tensioni nazionali e il continuo conflitto arabo-israeliano. La loro poetica ha dimostrato una voce individuale e scettica, piuttosto che la voce collettiva che ha confermato e ha svolto un ruolo formativo nella formazione dell’ethos nazionale eroico. Le caratteristiche di questa rivoluzione poetica sono stati definite da Natan Zach nel suo saggio critico su Alterman del 1959. È stato anche Zach, che nel 1954 ha scritto circa il “dimenticato poeta” David Vogel. Due anni più tardi, un poeta di rilievo femminile, Dahlia Ravikovitch, pubblicò la sua prima raccolta di poesia, L’amore di un Orange (1959), seguita da altre raccolte, che ha creato una voce unica che risuona con la violenza e il dolore, i desideri e l’oppressione della donna. In True Love (1987) e Madre con Bambino (1992), Ravikovitch affronta la violenza, l’orrore e la sofferenza associata con la guerra in Libano. La poesia “Passando a bassa quota” presenta una voce narrante femminile che annuncia come si guarda un atto aggressivo di violazione a distanza di sicurezza. L’immagine di “bassa quota”, in bilico su un’atrocità accenna alla distorsione morale di osservazione distaccata in ogni ambito politico. Questa poesia fa parte di una raccolta politica pubblicata nei primi anni 1980 come risposta alla guerra, compresi gli eventi di Sabra e Shatila.

Un altro poeta della generazione Statehood è Yehuda Amichai, emigrato in terra d’Israele dalla Germania poco prima della Seconda guerra mondiale, che ha cominciato a scrivere durante i combattimenti del 1948. A questo proposito, le sue poesie sono state modellate con l’istituzione dello Stato. Amichai sembrava prendere una direzione diversa da quella presa dai vecchi poeti, utilizzando il linguaggio di tutti i giorni, apparentemente semplice, ma molto complesso, e anche ricchi strati intertestuali per affrontare gli orrori e i traumi della guerra. La sua poesia risuona con la guerra che lo Stato israeliano fa sotto nomi diversi – amici che cadono sui campi di battaglia, intrecciando spazi per l’infanzia con i siti della guerra, chiamando l’esistenza di Dio. L’esperienza dell’esilio che sembrava essere dimenticata ed espulsa dalle sue “poesie israeliani” ritorna nella sua ultima raccolta di poesie. In Aperto Chiuso Aperto (1998) i resti delle lapidi spezzate nei cimiteri ebraici, i frammenti di preghiere ebraiche, e i ricordi della sua città natale tedesca trovano la loro strada verso la poesia che è diventata parte della coscienza israeliana.

La prosa degli anni ’90 era apparentemente indifferente all’agenda politica in Israele. Opere letterarie di Orly Castel-Bloom e Etgar Keret sono state caratterizzate dalla vita di tutti i giorni, con un linguaggio “sottile” pieno di slang e scorciatoie, concetti di bene e di consumo, immagini popolari dei media, umorismo macabro e semi-coscienza infantile. Eppure, nel plasmare queste trame poetiche, gli autori sovvertono ideologicamente i binari su ossessioni di sesso, nazionalità ed etnia, così come i miti politici e gli ingannevoli stereotipi che sono impressi nel discorso contemporaneo israeliano. I loro testi così risuonano con il conflitto politico in corso, offrendo una prospettiva critica sui discorsi culturali in Israele, compresi quelli che percepiscono i “confini” in posti di blocco e altri punti di contatto tra israeliani e palestinesi.
Un altro segno di sovvertire l’indiscussa “verità” e i binari fissi della letteratura nazionale può essere visto nella fusione di generi: la pubblicità e il giornalismo con la poetica e la letteratura. Un esempio è nelle interviste di David Grossmann con i coloni ebrei e i rifugiati palestinesi in Cisgiordania pubblicate nel Vento giallo (1987), che sembrava vicino allo scoppio della Prima Intifada. Uno dei romanzi più recenti di Grossman, A un cerbiatto somiglia il mio amore (2007), non è solo un documento terribile della guerra, ma anche agisce come un mezzo di risonanza della società israeliana. Questo è un resoconto della guerra dal punto di vista di una madre, una madre che non ha mai partecipato a Siach Lochamim (letteralmente un dialogo di combattenti, tradotto come Il settimo giorno) e che dimostra il suo terrore nei suoi tentativi di rinviare e rinviare la morte di suo figlio. Il romanzo si aggira tra i luoghi e le date che sono impresse nella memoria collettiva israeliana. Si sposta tra Tel Aviv e Gerusalemme, la Galilea e la Valle Jezreel, Hebron e il Sinai, Jenin e Jaffa – punti di riferimento di tensioni irrisolte.

I poetici personaggi ripercorrono le disgrazie e le distorsioni, la violenza e l’abuso, insieme a momenti di felicità e piccoli lampi di orgoglio, di amore e desiderio. Camminando lungo il “Sentiero d’Israele”, che attraversa la terra e costituisce una cronaca dello Stato, il viaggio rappresenta la storia di un luogo e di una nazione, la storia di “riterritorializzazione”. È una storia di continuo confronto e di conflitto tra Israele e Palestina – una storia di potere militare e di attacchi terroristici, di impotenza e di sconfitta, di occupazione e di oppressione e di sofferenza senza fine. Il volo di una donna da un messaggio di morte: Lei fugge, volendo raggiungere la fine della terra in cui il messaggio di un bambino morto non potrà mai raggiungerla. Il suo volo che si svolge nel tempo e nello spazio poetico è anche un ritorno, un continuo confronto con l’angoscia che trascende le categorie convenzionali e i binari culturali. Il volo la riporta al punto di partenza, alla “casa” nel vero senso della parola: la nuda, insopportabile coscienza della morte.