Rabbia, ribellione, rivoluzione nell’Italia di oggi

RIBELLIONE

 

Rabbia, ribellione, rivoluzione nell’Italia di oggi

L’ordine del mondo è sempre stato il risultato di varie tensioni, idealmente seguiti da accordi. Oscar Wilde sosteneva: “La disobbedienza, agli occhi di chiunque abbia letto la storia, è la virtù originaria dell’uomo. È attraverso la disobbedienza che i progressi si compiono, attraverso la disobbedienza e attraverso la ribellione».(L’anima dell’uomo sotto il socialismo, 1891). Forme di opposizione possono variare da quelle estremamente violente, come le guerre civili e le rivoluzioni, alle manifestazioni più tranquille di resistenza. La legittimazione del potere è in gioco ogni volta che un sistema politico o sociale è messo in discussione. Spesso la retorica della ribellione si basa sulla suddivisione in “noi” e “loro”. In molti casi il problema è stato risolto con successo dai negoziati, mentre in altri casi sono seguono scontri tra i due gruppi.

Gli ultimi anni hanno dimostrato che, indipendentemente da vari tentativi di evitare i conflitti, sia per gli Stati sia per le organizzazioni internazionali, l’opposizione è sempre coinvolta con i rapporti di potere che sono sfidati attraverso lo sforzo individuale o collettivo. Al giorno d’oggi, il mondo si trova ad affrontare gravi crisi e così si assiste sia a forme violente sia alla protesta non violenta. Martin Luther King ha riconosciuto l’importanza di entrambi. Anche se lui stesso ha privilegiato la resistenza non violenta, come diceva: “Una rivolta è la lingua dell’inaudito” (discorso tenuto a Birmingham, Alabama il 31 dicembre 1963).

Le varie definizioni di ribellioni e rivoluzioni sia in contesti letterari sia culturali sono elencate sinteticamente:

- Sfida alle autorità e ai funzionari
- Protesta contro i regimi e i sistemi totalitari
- Protesta individuale e sociale
- Disobbedienza civile
- Il terrorismo come strumento politico e ideologico
- ribellione (post) coloniale
- Visioni utopistiche e distopiche
- L’anarchismo come una forma di ribellione
- L’Occupy Movement
- L’anti-globalizzazione / movimento alter-global
- Il gap generazionale, i giovani nella (sub) cultura e la lotta per l’identità
- Le rivoluzioni sessuali
- Il femminismo
- I figli della rivoluzione
- La copertura mediatica della rivoluzione
- I media come strumento di rivoluzione

La disobbedienza civile è il rifiuto da parte di un gruppo di cittadini organizzati di obbedire a una legge giudicata iniqua, attuato attraverso pubbliche manifestazioni. La locuzione (civil disobedience) fu introdotta nel 19° sec., negli USA, dallo scrittore e filosofo H. D. Thoreau, imprigionato per essersi rifiutato di pagare le tasse legate alla guerra contro il Messico. La d. acquistò risonanza politica in India con il movimento di resistenza passiva proclamato su ispirazione di Gandhi dal comitato del congresso panindiano di Delhi (1921); iniziato con la salt tax protest march (marcia dall’interno alla costa per procurarsi il sale contro il monopolio britannico), ebbe fasi sempre più acute (nel 1930 fu estesa a ogni attività in rapporto col governo) e fu rilevante nel processo d’indipendenza dell’India.

Negli anni 1960 la d. ebbe diffusione negli USA a opera del movimento per i diritti civili promosso da M. L. King contro la discriminazione razziale. Anche la guerra del Vietnam portò a un vasto movimento di d. da parte dei giovani che si rifiutavano di ottemperare all’obbligo del servizio di leva.

In Italia, dopo il riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare (1972), campagne di d. sono state condotte soprattutto dal Partito radicale (su temi come la liberalizzazione dell’aborto e delle droghe leggere) e dal movimento pacifista.

Oggi, la protesta individuale e sociale, come non mai, ha raggiunto elevati livelli. Si continua a vagheggiare una Politica (con la “P” maiuscola) in grado di risolvere i problemi senza chiedersi più seriamente quali siano le cause che hanno condotto alle “inevitabili” forme di protesta cui stiamo assistendo.

Basterebbe una politica con la p minuscola, purché ci fosse. Il problema invece è proprio questo: in Italia veniamo da un lungo periodo di latitanza della politica. E la politica altro non è che la capacità di scegliere, di decidere e di assumersene le responsabilità.

Le proteste e le contestazioni sono, innanzitutto, la reazione a questo vuoto o a una politica vissuta come rendita di posizione, quando non come arricchimento personale, e quindi del tutto fine a se stessa. In questa chiave le proteste, la disaffezione, i “grillismi” non vanno demonizzati né minimizzati, ma compresi nelle loro origini e cause scatenanti. Con serietà, umiltà e senza confondere cause con effetti. Perché se è vero che non si devono trasformare le vittime in carnefici, non si devono neppure scambiare i carnefici per vittime, come qualcuno invece, in modo miope e irresponsabile, ha fatto, per esempio, dopo l’attentato di piazza Montecitorio.

Ma una volta analizzati e valutati, i fenomeni di contestazione e le proteste richiedono risposte. E queste le può dare solo la politica. Piuttosto un appello forte e realista alle classi dirigenti. Se non si danno risposte alla domanda di lavoro e di redistribuzione dei redditi che cresce nella società, si rischia di innescare spirali di protesta distruttiva. Il problema è: c’è oggi una politica capace non solo di ascoltare parole come queste ma anche di tradurle in risposte? La sfida che, non solo l’Italia ma l’Europa, hanno di fronte nel prossimo futuro è proprio questa.

Rigore: una parola per mandare i cittadini in guerra

Rigore: una parola per mandare i cittadini in guerra.

Roy Ratcliffe

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Una condizione di grande ‘guerra’ è stata scatenata dall’austerità globale dai sostenitori del modo di produzione capitalistico – contro il resto della società. Saranno considerate due possibili linee di resistenza e di difesa che potrebbero garantire la difesa e l’autosufficienza della gente comune sul piede di guerra.

1)      L’attacco è già in corso.

A livello mondiale, le truppe sono state preparate, le armi affilate, la sede strategica del capitalismo è stato preparato, i centri di controllo nazionali sono stati informati ed i marescialli sono in allerta. Nel 2013 le precedenti pesanti scaramucce condotte dagli agenti finanziari, economici e politici del capitale, saranno intensificati in una vera e propria guerra contro la classe operaia e i poveri.

Come al solito, saranno i banchieri gangster e gli obbligazionisti che ordineranno un aumento dell’intensità della guerra contro il resto della società. I loro colleghi della strategica sede decentrata del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Centrale e delle banche nazionali, insieme con i loro mercenari pagati nei governi nazionali e gli Stati stanno progettando le tattiche e la strategia. I loro agenti sul campo nei governi locali e i tribunali sono in stand-by – pronti a brandire i letali armamenti – e fare la loro offerta.

I missili di questa elite di sfruttatori del pianeta saranno distribuiti con il già sperimentato successo degli ultimi anni. Si tratta di fallimenti, licenziamenti, aumento dei prezzi, aumenti fiscali, pignoramenti delle case, riduzioni di salari e stipendi, svalutazione monetaria, riduzioni del welfare, contrazioni delle risorse e la perdita delle libertà civili. Ogni arma è stato accuratamente modellata e progettata per eliminare una sezione specifica della società. In aggiunta a queste principali armi di distruzione civile, saranno utilizzati armi apparentemente più blande di propaganda ai media.

Le armi principali, già caricate e in attesa di essere sparate in sostenute raffiche, dovranno distruggere le famiglie e le innumerevoli vite individuali, in tutta Europa, il Regno Unito e in Nord America nel 2013. Lo faranno in modo da determinare la povertà, la malattia, i senza fissa dimora, il freddo, la malnutrizione, la criminalità, la tossicodipendenza e persino il suicidio. Per questo motivo, le armi di propaganda avranno un ruolo importante nella guerra dell’austerità. Come in tutte le guerre, la propaganda dei media sarà schierata per rendere deplorevole tutte la morti e la distruzione, benché inevitabili e ineluttabili.

L’attuale crisi economica e finanziaria ha intensificato la guerra economica e sociale tra capitale e lavoro. Nel 2013 è stat ulteriormente intensificata contro le classi lavoratrici e dei poveri nella maggior parte dei paesi. Le vittime si trovano ora, non solo tra i disoccupati di lunga durata, un gruppo che è in aumento in tutto il mondo dal 1970, ma anche tra coloro che un tempo si sentiva al sicuro. Anche le piccole e medie imprese saranno sacrificati alle esigenze del sistema e dei suoi banchieri e obbligazionisti.

Si tratta di una guerra in cui il nemico non è solo al di fuori dei limiti territoriali di ciascun paese, ma anche al suo interno. I capitalisti e i loro sostenitori procapitalisti sono ubicati in posizioni di potere politico, economico e finanziario in ciascun paese, dal Medio Oriente, all’Europa e al Nord e Sud America. Gli agenti locali di questo assalto austerità si giustificheranno dicendo (la stessa difesa assunta dai criminali nazisti al processo di Norimberga): “Siamo solo eseguendo degli ordini’’. Mostreranno tutte le caratteristiche della burocratica banalità pur di difendere i propri interessi per mantenere il ‘sistema’. Il capitalismo determinerà un aggravio dell’austerità in cui il campo di battaglia sarà combattuto in primo luogo, ma non esclusivamente, all’interno di Stati nazionali.

2) Una prima linea di difesa?

In tempi di guerra totale – in cui i civili innocenti saranno casualmente attaccati – è ragionevole per le società preparare linee di protezione civile. Purtroppo, poche persone hanno riconosciuto che questa è davvero una vera e propria guerra e così i preparativi di difesa non sono a buon punto. Molte persone semplicemente pensano che truppe miste di conservatori e liberali con troppo testosterone autoritario hanno conquistato il potere politico qua e là. Di conseguenza, hanno solo bisogno di fare dimostrazioni sufficientemente grandi, petizioni e frequenti scioperi di un giorno. La sanzione prevista in ultima analisi è quella di mandare via questi ‘ladri’ lasciando fuori dal Parlamento. Ma non è così semplice.

Eppure questa prospettiva e queste tattiche sono già state utilizzate e sono risultate inefficaci in Grecia e in Spagna. Senza dubbio, più di queste tattiche (e simili), si dovrebbe capire come mai la crisi è inarrestabile. Tuttavia, sta diventando evidente che le dimostrazioni di massa non spostano questi rappresentanti di un sistema globale di sfruttamento dalle ostilità. Così dove andremo?

L’entità oscena delle disuguaglianze globali, la diffusione internazionale delle ingiustizie, la portata planetaria di distruzione ecologica, causata dal modo di produzione capitalistico richiedono una emancipazione generale dell’umanità da questo sistema. Ma tale emancipazione può venire solo da una parte della società, che è abbastanza grande, abbastanza dinamica e generosa perché difenda non solo i propri bisogni ma quelli dell’umanità in generale.

3) Una seconda linea di difesa.

In mancanza di un tale sviluppo organizzativo, e in attesa della sua possibile (e contraddittoria) creazione, i lavoratori e gli oppressi dovrebbero ripiegare sulle proprie risorse. Infatti, come la gente comune della Grecia e della Spagna (e non solo) hanno già dimostrato, questi sono molteplici e alcuni sono ben consolidati. La necessità ha ripristinato l’atto umanitario. La difesa contro l’intensificazione della guerra all’austerità così come gli effeti sulle classi di lavoratori, disoccupati e poveri in tutti i paesi soggetti a bombardamenti cittadino guerra austerità, sarà necessario includere i seguenti:

a) gruppi di difesa delle comunità locali per evitare danni che portano a disordini.

b) azione comunitaria per prevenire gli sfratti di casa.

c) L’azione comunitaria per ricollegare i servizi essenziali.

d) la condivisione delle risorse comunitarie (trasporti, strumenti, prodotti alimentari, comunicazioni, ecc).

e) lo scambio comunitario. (Regimi di LETS, Cooperative di credito).

f) mantenere aperti i servizi essenziali. (Istruzione, salute, fuoco, biblioteche).

Tali livelli di autonomie locali derivanti dall’attività di persone che lavorano metterà le comunità sul piede di guerra difensiva di fronte gli attacchi del governo. La solidarietà umana può essere creata. È fuori di tale attività che altri settori della società possono essere ideati e riconosciuti – in pratica – un altro mondo è possibile.

Sono uno stupido

Che cosa è la stupidità?

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Gli scienziati non parlano volentieri di stupidità. “La stupidità è un termine valutativo” scrive Alan Baddeley, “non uno scientifico”. Baddeley è uno psicologo presso l’Università di York che studia la memoria. L’idea è quella di guardare la scienza della stupidità, “La stupidità non è stata studiata perché non è né sensato né utile farlo” dice Baddeley. Così, invece, gli psicologi studiano l’intelligenza.

Sono solidale con l’avversione di Baddeley. I tentativi di individuare la stupidità da qualche parte specifica – siano esse persone, culture o altri gruppi – spesso sembrano lasciarci in un territorio problematico.

Basta una ricerca su Google per rendersi conto che i primi risultato portano ai premi Darwin, un ironico riconoscimento assegnato a qualsiasi persona che abbia aiutato a migliorare il pool genetico umano “rimuovendosi da esso in modo spettacolarmente stupido”. Un’idea divertente a prima vista, ma c’è qualcosa di terribile nel fatto che qualcuno abbia allegramente un compendio di queste tragedie tremende. Tuttavia, i premi Darwin non forniscono una grande opinione sulla natura della stupidità, ma solo la conferma della sua esistenza.

Questo è stato frustrante. Come può esserci qualcosa di così onnipresente e così sfuggente? La stupidità sembra che debba essere aggiunta alla lista che include la morte e le tasse. Perché non viene in mente a qualcuno di studiarla?

Il problema è l’ossessione del quoziente intellettivo o QI. C’è il caso di un uomo britannico con il nome X. Il suo caso è stato descritto nel Bollettino della British Psychological Society. X era sotto processo per frode finanziaria. Il problema era che aveva un QI di 80. Gli psicologi che hanno fornito testimonianze di esperti nel processo hanno testimoniato che il basso QI di X era la prova che egli non avrebbe potuto architettare uno schema così sofisticato. Al che l’accusa ha risposto facendo notare che X parlava quattro lingue, era noto per vincere profumatamente in un sofisticato gioco di carte in un locale di Londra, e aveva accumulato un notevole capitale. Il basso QI, in altre parole, non significa che non può essere intelligente.

Gustave_FlaubertE poi c’è l’opposto: l’inconsapevolezza delle sedicenti “persone intelligenti”. Abbastanza divertente, questo è un argomento che assolutamente ossessionato Gustave Flaubert: ha trascorso tutta la sua vita analizzando i pensieri automatici e i luoghi comuni dei benpensanti. L’ossessione di Flaubert è cominciata sul serio dopo aver scritto Madame Bovary a metà degli anni 1850. Alla fine, l’ossessione diventò così grande che si dedicò a un’ultima grande opera, un compendio di ogni variazione di idiozia umana. Il romanzo Bouvard et Pécuchet e la sua appendice,il Dictionnaire des idées reçues (Dizionario delle idee ricevute), dovevano essere una sorta di enciclopedia della stupidità. A tal fine i protagonisti in Bouvard et Pécuchet sono un duo sullo stile Stanlio e Ollio che si fanno strada attraverso tutte le sfere della vita e nella stupidità in tutte le sue forme. Ciò che unisce la loro stupidità è una pigra dipendenza dalla saggezza ricevuta.

La cosa interessante di Flaubert è che era su una scienza interessante. Circa 125 anni più tardi, l’economista Daniel Kahneman ha iniziato a riflettere seriamente sul motivo per cui gli esseri umani – che si presume essere creature razionali – non sempre utilizzano la piena potenza della loro capacità cognitiva. Sembra invece che la nostra materia grigia sia utilizzata a fase alterna.

I collegamenti che usiamo per ridurre al minimo il nostro esborso mentale può avere effetti sorprendentemente negativi. Possiamo trovare persone con alto quoziente intellettivo affrontare situazioni difficili, come debiti, gravidanze indesiderate o addirittura sfratti. Per la società, nel suo complesso, gli effetti di questa forma di stupidità può essere devastante.

La nostra reazione alla stupidità è un punto interessante. La stupidità si può uccidere, ma forse non nel modo di pensare.

“Vorrei vederti meno indignato per la stupidità degli altri”, disse George Sand a Flaubert in una delle tante lettere che si scambiavano, dopo che Flaubert le scrisse che il libro lo avrebbe ucciso.

Subito dopo quella lettera Flaubert ebbe un ictus fatale. La risposta più misurata di Sand a tutte le stupidità che ci circondano potrebbe essere la migliore lezione di Bouvard et Pécuchet. “Se la stupidità è davvero così inevitabile come la morte e le tasse, la cosa migliore può avere solo a che fare con esse”.

 

Vivere in tempo di crisi

Vivere in tempo di crisi

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Questo è un kit composto da 15 antidoti che costituisce un’importante prevenzione per le ansie generate dal contesto sociale che viviamo.

È importante cambiare mentalità e non essere investiti dalle folate di vento di disillusione, di ansia per il futuro. Vivrà meglio chi capirà prima e sarà in grado di disporsi al cambiamento.

Saranno inevitabili alcune generalizzazioni e semplificazioni che mi perdonerete.

1. Il primo antidoto che tiriamo fuori dalla valigetta si chiama “Decrescita”. Per la definizione e la storia vi rimando a Wikipedia. In estrema sintesi, il pianeta non può sopportare il modello di sviluppo dominante dall’ultimo dopoguerra in poi.

Se in termini generali possiamo anche essere convinti dell’opportunità di rivedere il ciclo produzione-consumi, nel particolare delle vite di tutti noi tutto ciò implicherebbe assumere dei comportamenti che implicherebbero cambiamenti importanti e difficili da digerire: per vivere in maniera coerente alla decrescita è necessario quindi un vero e proprio lavoro di ridefinizione psicologica delle nostre abitudini.

 

2. Ciò che la “Decrescita” rappresenta a livello globale il “Downshifitng” declina a livello personale, nelle nostre vite di tutti i giorni. Anche qui per la definizione rimando a Wikipedia ed alle varie pubblicazioni sul tema. La scelta della semplicità volontaria nasce da professionisti e dirigenti che decidono di impiegare diversamente il proprio tempo, vivendo in maniera frugale e risparmiando così risorse da dedicare alla famiglia, agli affetti, al volontariato, alla coltivazione di sé.

I più giovani in attesa di lavoro o con lavori saltuari obietteranno che per loro il “down” non è una scelta, ma una condizione obbligata. Ancora di più cambiare mentalità verso una vita frugale ed essenziale diventa una necessità impellente, un fattore di sopravvivenza e non una scelta che per ora è classificata da molti un po’ snob e fondamentalmente aristocratica.

Cercare con soddisfazione l’essenzialità ed il recupero del tempo per se stessi e per gli affetti combatte il senso di frustrazione permanente.

 

3. Terza idea per la sopravvivenza è una nuova rivoluzione copernicana: Copernico mise finalmente il sole al centro e non la terra, ora dobbiamo mettere al centro il Tempo e non il Denaro. Il tempo non è denaro, come si diceva una volta, ma un bene limitato che non si può scambiare, che si perde irrimediabilmente non appena trascorso, ed il suo trascorrere è ineluttabile.

È vero che se non c’è denaro sufficiente il tempo può essere gramo, è anche vero che la soglia della “sufficienza” del denaro non è oggettiva ma influenzata dalla morale, da usi e costumi. In altre parole lavorando sui falsi bisogni si può diminuire di molto il denaro necessario a fare una vita soddisfacente. I beni materiali spesso sostituisco un orizzonte di senso difficile da trovare nella vita, costituiscono una soddisfazione immediata che esime le persone dall’interrogarsi sul senso della propria esistenza, dal guardarsi dentro e leggere eventuali fonti di insoddisfazione. Spesso ci si getta sui beni materiali perché si ha paura di crescere e cambiare.

In passato, chi si indebitava era guardato con sospetto: magari vivere di poco, ma del proprio. Dagli anni ’60 l’indebitamento è diventato un valore, rate per la lavatrice, la tv, la macchina nuova, più spaziosa, potente e prestigiosa. Poi vennero i mutui e gli italiani (unici nel mondo occidentale) diventano quasi tutti proprietari di casa, perché l’affitto sono “soldi buttati”. In realtà la proprietà di quelle case è per lo più delle banche, in attesa che le famiglie paghino i mutui. La propria vita in mano alla banca, per 15, 20, 25 anni! Spesso nella voglia di crescere ed emanciparsi si acquista una casa più grande, bella e cittadina di quanto sia indispensabile, ed il criterio del denaro sufficiente per vivere cresce, cresce esponenzialmente.

Questo è un’importante fattore di ansia cronica, la tanto desiderata casa di proprietà diventa un Moloch al quale sacrificare la propria vita ed il proprio tempo.

Essere indebitati è “buono”, con poco al mese possiamo avere macchina nuova, il televisore, il computer nuovo, e ci mangiano il Tempo e l’anima, la serenità, che sono gli unici due beni non sostituibili.

 

4. Quarto antidoto è la considerazione oggettiva dei nostri tempi: viviamo più a lungo e meglio, la medicina ha fatto passi da gigante, la gente può avere un’istruzione, siamo più attenti del passato all’infanzia, alle persone più deboli, alla natura ed agli animali, il concetto di razza è sostanzialmente abolito e nasce il dialogo interreligioso. C’è ancora moltissimo da fare, ma solo 50 anni fa tutto ciò sarebbe stato impensabile!

Abbiamo un’aspettativa di vita lunga e relativamente comoda ed istruita. Volere sempre di più, riferito specialmente ai beni materiali, fa in modo di creare nelle persone uno stato di perenne frustrazione e lamentela che ci fa dare per scontato il fatto che i miei genitori sarebbero potuti morire per una semplice polmonite che oggi si cura con 10 giorni di antibiotici e di riposo a casa.

Così viviamo di più, ma rischiamo di farlo depressi e svogliati, frustrati perchè guardiamo sempre a tutto ciò che non abbiamo.

 

5. Gianbattista Vico, XVIII secolo, e Oswald Spengler, XX secolo, ci insegnano che la storia non è un percorso lineare, ed Arnold J. Toynbee, allievo di Spengler, riprende ed esalta la nozione di cicli storici parlando delle civiltà come creature che hanno un loro ciclo vitale, nascono, crescono, invecchiano e muoiono. La principale opera di Spengler si intitola “Il tramonto dell’Occidente”.

Se esistono i cicli in storia dobbiamo allenarci a pensare che l’idea che il futuro sarà sempre garantito è fasulla. Posti di lavoro a tempo indeterminato, stato sociale, pensioni erogate con il metodo contributivo, costi faraonici della politica e dell’apparato statale, risorse dello stato distribuite in maniera clientelare, lavoro per lo Stato e contemporaneo lavoro in nero che permette di pagare la casa al mare e l’Università ai figli appartengono ad un altra epoca.

Il garantismo sindacale si tramuta in scontro generazionale, tra chi ha un lavoro ipergarantito e chi il lavoro non ce l’ha punto. Un giovane che non riesce a lavorare vede con orrore gli operai che si lamentano della cassa integrazione, grazie alla quale invece che perdere il lavoro possono stare a casa pagati, magari poco, ma pagati.

La condizione precedente non è prorogabile, le risorse sono state consumate tutte. Chi gode ancora di privilegi prova a tenerseli stretti, ma per chi non gode di privilegi desiderarli è fonte di frustrazione, ansia, depressione. Smettiamo di desiderare quello che non possiamo avere.

I privilegi sopra elencati non sono esistiti in tutte le epoche ma, considerando i tempi storici, in un breve periodo di esaltazione legato al progresso tecnologico e ad un periodo relativamente sgombro da guerre devastanti.

6. Considerare le cose “sub specie aeternitatis”, come diceva Spinoza: uscire dalla continua attenzione alla nostra esistenza individuale e storica limitata nel tempo.

Guardare più in là, alle generazioni future ed alle altre persone.

Guardare più in su se si possiede una forma di religiosità e di trascendenza.

Dice il filosofo: “ La beatitudine non è il premio della virtù ma la virtù stessa; e non ne godiamo perché reprimiamo le nostre voglie; ma viceversa, perché ne godiamo possiamo reprimere le nostre voglie.”

7. Ridimensionare le aspettative senza per forza rinunciare ai sogni. Il problema della disoccupazione intellettuale è legato al fatto che la società italiana non è realmente evoluta al passo con il quale sono evolute le aspettative di miglioramento della condizione sociale. Si laureano molte più persone di quante un’Italia fondamentalmente sclerotica, gerontocratica ed arretrata riesca ad assorbirne. Oggi laurearsi non è poi così difficile, le Università pubbliche costano poco, genitori con il diploma superiore o con la terza media mettono al centro della loro vita l’aspettativa di avere un figlio laureato, ci si può laureare anche impiegando 10 anni per compiere un percorso di studi per il quale ne servono la metà.

Spesso ci si laurea impiegando troppo tempo e con percorsi di studi di scarsa qualità. Un tempo bastava laurearsi comunque e sperare in un concorso, prima o poi entravano tutti, bastava uno zio democristiano o socialista, la laurea era solo un pretesto. Oggi le raccomandazioni non sono finite, anzi, ma ci sono meno risorse, quindi i laureati devono confrontarsi con il mercato del lavoro che vede l’Italia fanalino di coda nelle professioni intellettuali, devono poi confrontarsi, in epoca di globalizzazione, con i giovani colleghi stranieri, forse meno forti sotto l’aspetto teorico ma più preparati per lavorare.

Non rimane che puntare sulla laurea come strumento di crescita personale, non strettamente legato alla possibilità di utilizzare quella laurea in modo tradizionale. In altre parole occorre sentire il famoso discorso che Steve Jobs tenne alla Stanford University nel 2005 (disponibile su Youtube), leggere la sua biografia (magari per completezza leggere anche “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli”) e farsi così l’idea che i percorsi lineari e scontati non esistono più ed occorre fare un bell’esame di realtà ed un business plan, valutare il proprio grado di creatività, spirito di sacrificio e disponibilità al cambiamento prima di infilarsi in una situazione potenzialmente frustrante come le formazione universitaria.

Dedicare invece un tempo sistematico alla conoscenza, a coltivare se stessi nella cultura, secondo le proprie inclinazioni e le proprie possibilità, senza che ciò abbia un’immediata ricaduta utilitaristica.

 

8. Lavorare meno, per scelta o perforza, ridurre i consumi al minimo essenziale, scegliere di non abitare perforza al centro di una grande città, visto che il fiorire delle seconde case ha svuotato i piccoli Comuni, dove si possono trovare soluzioni abitative affascinanti e meno costose, con ritmi più rilassati e più tempo per coltivare se stessi. Non esiste solo la metropolitan way of life, adottata purtroppo anche nei piccoli centri.

 

9. Osservare e non subire le stagioni che cambiano, osservare ed assaporare i cambiamenti giornalieri della luce, dei suoni, degli odori. Rallentare quando viene sera e comunque quando siamo stanchi, senza violentare continuamente il nostro sé mantenendolo in uno stato di accelerazione permanente, incurante dei segnali del corpo e dell’ambiente.

 

10. Mantenere costante l’esercizio fisico, curare la postura, la respirazione. Non sono indispensabili le costose palestre.

 

11. Affrontare l’horror vacui. Talvolta viviamo un “tutto pieno” che ci permette di non pensare, di non sentire, di non sperimentare la paura del vuoto, dell’incertezza della vita e del futuro. Correndo, annaspiamo verso certezze che comunque non arrivano e bruciamo così il tempo che abbiamo a disposizione.

 

12. Rendiamo sacro ed importante ogni gesto della nostra vita, anche i più piccoli ed insignificanti. Apparecchiamo la tavola con cura, con amore, lentamente e con senso estetico. Prepariamo il cibo con calma e mangiamo lentamente.

 

13. Seguiamo al massimo un notiziario al giorno. I toni enfatici con cui vengono trasmesse le notizie, il martellamento mediatico, il catastrofismo sparato come colpi di mitraglia, l’illusione di poter avere sotto controllo gli eventi se consultiamo continuamente telegiornali e agenzie di stampa attraverso tv, smartphone o tablet non fanno altro che aumentare i livelli di ansia e depressione.

Disinstallate dagli smartphone tutte le agenzie di stampa e le notizie real time. A meno che non siate giornalisti che si occupano di cronaca, finanzieri o agenti di borsa non vi serve conoscere tutte le ore l’andamento delle Spread, vi viene solo angoscia e comunque non cambia nulla di sostanziale.

 

14. Godere dell’arte in tutte le sue forme, intesa sia nell’aspetto creativo contemplativo che nell’aspetto produttivo della tecnica. L’arte crea delle forme, come la natura, contemplare l’arte e creare delle forme è un processo naturale, non occorre essere Van Gogh, basta dedicarsi all’ascolto ed all’osservazione, alla fotografia, al cinema, alla musica, entrare in una chiesa del XIV secolo, oppure anche mettersi in grado di riparare un mobile, una finestra. Creare e contemplare. Il bello cura.

 

15. Rendere il viaggio parte della propria vita. Il viaggio è una dimensione interiore, come insegna I Vagabondi del Dharma, romanzo meno noto di Kerouac. Non sempre il viaggio costa, è possibile camminare, come insegnano i progetti come Camminare per conoscere. Siamo pieni di borghi, chiese, monasteri, riserve naturali, anche vicino a casa di ciascuno di noi. L’Italia potrebbe vivere di natura e cultura.

 

Annus horribilis 2013

Annus horribilis 2013: mille anni dopo.

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I grattacieli svettano nell’atmosfera e sulle persone che si riparano le teste con gli ombrelli pubblicitari. Abitiamo la metropoli di venti milioni di cittadini da centotrenta anni, ma le medicine e i trapianti ci lasciano ben sperare in una lunga vita. In un parco invaso dai canguri nani, c’è posto anche per un cimitero, forse l’ultimo rimasto prima della legge sulla cremazione obbligatoria. Croci smunte fanno ombra a steli sconnessi. Eppure si leggono ancora alcune iscrizioni sulle lapidi, dove immagini e ricordi di altri nomi si sono spenti dopo un’incommensurabile esistenza. Era gente del XXI secolo, più di mille anni fa, che appartenevano al peggiore periodo della storia dell’uomo. Uomini senza speranza, il cui scopo era uscire dall’oblio di corruzione politica e dal narcisismo di altri uomini che si erano incarnati nei fautori del destino. Il Museo della Democrazia custodisce l’antica carta costituzionale prima che venisse superata da epoche ormai lontane. I soccorritori della Moralità e dell’Etica l’hanno recuperata durante gli scavi della settantesima linea della metropolitana. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Poche righe scolorite impresse sulla carta, per diritti ormai acquisiti da secoli nella nostra civiltà. Possibile che, un tempo, si rimarcasse la necessità di un lavoro quando oggi non c’è uomo senza lavoro e lavoro senza uomo? Come avranno vissuto quelle donne e quegli uomini nell’oscurantismo? Nulla è rimasto dopo la Grande Rigenerazione. Nomi svaniti nel nulla, potenti dimenticati dalle pagine della storia: gente morta per sempre.

Quella crisi del libro senza sconti

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Il mondo editoriale fa il punto sulla legge Levi: è servita davvero?

Maria Galluzzo

da Europa Quotidiano

«Io non vendo sconti, vendo libri». Alla fine dell’Ottocento Ulrico Hoepli, fondatore dell’omonima casa editrice, replicava così a chi gli chiedeva un occhio di riguardo sul prezzo di un volume. L’editore, che era anche libraio, conosceva in profondità il lavoro che stava dietro la nascita di un libro e il valore speciale che lo caratterizzava. Una merce non qualunque e quindi non svendibile. Un episodio rievocato ieri dall’attuale presidente della casa editrice, Giovanni Ulrico Hoepli, in occasione di un convegno organizzato alla camera dalla commissione cultura per fare un bilancio sulla legge Levi, che appunto regolamenta i prezzi dei libri, a un anno dalla sua entrata in vigore (1 settembre 2011). A discuterne sono state convocate tutte le voci degli addetti al settore – editori grandi, medi e piccoli, distributori, librai indipendenti, di catena e online – insieme ai più alti riferimenti istituzionali della materia: Lorenzo Ornaghi, ministro per i beni e le attività culturali, Paolo Peluffo, sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega all’informazione e all’editoria, e Manuela Ghizzoni, presidente della commissione cultura.
Un giro di orizzonte che parte da un punto da tutti condiviso: l’obiettivo che si pone la legge Levi, e che è riassunto nel primo articolo del provvedimento («Contribuire allo sviluppo del settore librario, al sostegno della creatività letteraria, alla promozione del libro e della lettura, alla diffusione della cultura, alla tutela del pluralismo dell’informazione ») è da tutti ampiamente condiviso. Nessuno mette in dubbio che la bibliodiversità sia un bene che va difeso dalle politiche aggressive degli sconti e dalle strategie dei grandi gruppi editoriali.
Tutti d’accordo sulla necessità che il settore dovesse essere regolamentato, come accade in altri paesi europei. Leader in materia la Francia, dove dal 1981, secondo la legge che porta il nome dell’allora ministro della cultura Jack Lang, nessun libraio può scontare libri più del 5 per cento rispetto al prezzo dell’editore. Oltralpe le librerie sono il cuore del paese. A seguire Inghilterra e Germania.
E non potrebbe essere diversamente in Italia, fa notare il rappresentante di uno dei colossi del nostro mondo editoriale, Alessandro Bompieri, ad di Rcs libri: «In un paese in cui all’incirca metà della popolazione non legge nemmeno un libro all’anno, in cui una percentuale perfino più alta non ha dimestichezza con i testi scritti, in cui l’abbandono scolastico raggiunge livelli sconosciuti alle altre grandi nazioni europee, è cruciale diffondere i libri e la lettura: in qualunque forma, grazie alle piccole librerie o ai centri commerciali o al commercio online o al successo degli ebook. Fallire in questa missione significa minare alle basi ogni tentativo di ripresa, ogni miglioramento della competitività, ogni speranza di rinascita».
Le opinioni, però, si modulano diversamente quando si passa all’analisi dei dati e la domanda diventa: la legge Levi ha contribuito allo sviluppo del settore? Lo sconto sui libri di “varia” consentito per tutto l’anno ai librai fino al 15 per cento, e fino al 25 per cento agli editori nelle quattro settimane di campagne promozionali previste dalla legge, hanno aiutato il mercato librario in tempo di crisi? E ancora, l’aver escluso dicembre dai periodi di queste campagne è stata una buona scelta?
A comparare i dati dell’anno pre e post legge Levi prodotti da Nielsen per il Centro per il libro e la lettura e dall’Associazione italiana editori, l’analisi diventa critica: si comprano meno libri, si legge di meno, si spende meno.
Colpa della crisi o della legge? Più probabile la prima causa. La cosiddetta legge anti-Amazon «ha messo ordine negli sconti mettendo in condizioni di parità la grande e la piccola distribuzione ma è stata fatta durante una gravissima crisi economica e finanziaria e quindi è difficile valutarne l’impatto», nota il sottosegretario Peluffo. In effetti, osserva Stefano Mauri di GeMS, «è stata paracadutata su una foresta in fiamme», ed è quindi molto difficile distinguere gli effetti. Ma ad esame obiettivo è lecito pensare che la nuova disciplina abbia evitato il peggio calmierando i prezzi e sostenendo i fragili editori indipendenti. Mauri però, in compagnia di molti altri colleghi, sostiene che tra le modifiche alla legge sarebbe necessario allungare la durata delle promozioni editoriali che fino ad oggi sono state «segmentate, dispendiose e inefficienti». Soprattutto, aggiunge Bompieri, occorre «eliminare il divieto di sconti a dicembre ». Perché «ridurre il potenziale promozionale proprio nel periodo di maggiore vendita?».
Tra le tante, un’ulteriore domanda: la legge Levi ha perseguito il suo obiettivo di promuovere il libro e la lettura? Stefano Parise, presidente dell’Associazione italiana biblioteche, esprime qualche perplessità: «L’impossibilità di accedere a sconti superiori al 20 per cento ha avuto come inevitabile conseguenza la riduzione del volume di acquisti». Le biblioteche sono considerate «utenti finali».
Un anno dopo la legge Levi dunque si discute. E questo è un segnale molto positivo. La legge per ora ha fatto un buon lavoro, osserva il ministro Ornaghi, trovando «un punto di equilibrio tra esigenze diversificate». Il capitolo è tutto aperto: incombe la digitalizzazione e sulle biblioteche, anello centrale della catena della promozione della lettura, il ministero è pronto al confronto. In ballo c’è il futuro dello sviluppo del paese.

Gli attuali politici sono vecchi e i giovani incalzano

Gli attuali politici sono vecchi e i giovani incalzano

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Siamo diventati vecchi perché il pessimismo fa terra bruciata, siamo diventati vecchi perché stiamo lì a incazzarci quando ci dicono che siamo vecchi, siamo diventati vecchi da quando non ci sovviene più alla mente che le comunità locali, oltre che per essere frequentate, sono fatte per essere vissute; siamo diventati vecchi perché ci siamo chiudendo in teatri per parlare alla gente mentre evitiamo il confronto della piazza, siamo diventati vecchi invecchiati perché questo non è un paese per giovani, e i vecchi rimpiamgono la rivoluzione, pur non sapendo cosa sia, siamo diventati vecchi perché ci abbiamo in testa il pensiero del nostro placement, che tutto corrisponda al nostro target, siamo diventati vecchi perché, pur conoscendo i problemi, non troviamo ancora le soluzioni.

Potremmo rimediare facendoci da parte, dando la possibilità ai giovani di provarci a cambiare questo Paese. Potremmo… se fossimo più giovani, ma siamo diventati vecchi e pensiamo a sostenere che i più anziani i più esperti … ma che chiaramente non è vero. Continuano a venderci l’idea della loro esperienza, ma non menzionano che non ne avevano quando sono stati eletti da giovani.

Da quando nessuno ascolta i giovani, anche questi fanno i capelli bianchi. Da quando non siamo più giovani, garantiamo le raccomandazioni mentre dovremmo valutare i giovani secondo il merito. Da quando non siamo più giovani, tendiamo a sbiadire dietro una scrivania e non vogliamo sentir parlare di stage, prove o progetti, nell’attesa di andare in pensione. Da quando non siamo più giovani, sogniamo un paese a misura di vecchi, ma temiano che ci saranno troppi vecchi quando saremo vecchi.

Da quando i politici sono diventati vecchi, non vogliono lasciare le poltrone o ne vogliono occupare altre.

Questi politici non hanno smesso di fare politica perché sono diventati vecchi, ma sono diventati vecchi perché hanno smesso di fare politica.

Naturalmente non possiamo cambiare il passato. Ma le enormi risorse che i giovani potranno trasmettere anche in politica, con la loro gioia di vivere, sono lì e aspettano solo di essere riconosciute.

Cosa ci deve insegnare l Olocausto

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COSA CI DEVE INSEGNARE L’OLOCAUSTO

Non tutte le vittime erano ebrei, ma tutti gli ebrei erano vittime. Perché è così importante il ricordo dell’Olocausto? Sei milioni di ebrei, vittime della Shoah, sono state diffamate, demonizzate e disumanizzate, come prologo o giustificazione per il genocidio. Dobbiamo capire che l’omicidio di massa di sei milioni di ebrei e milioni di non ebrei non è una questione di astratte statistiche.

Poiché a ogni persona corrisponde un nome – in ogni persona c’è un’identità. Ogni persona è un universo. Come i nostri saggi ci dicono: “Chi salva una sola vita, è come se lui o lei avesse salvato un intero universo’’. Così come chi ha ucciso una sola persona, è come se avesse ucciso un intero universo.

Il genocidio degli ebrei d’Europa è riuscito non solo per l’industria della morte e la tecnologia di terrore, ma anche a causa dello stato sanzionato dall’ideologia dell’odio. Questo insegnamento del disprezzo, questa demonizzazione dell’altro, questo è dove tutto ha avuto inizio. Come i tribunali canadesi hanno affermato nel sostenere la costituzionalità della legislazione antiodio, “l’Olocausto non è iniziato nelle camere a gas – è cominciato con le parole’’. Questi sono gli effetti catastrofici del razzismo.

Quarant’anni più tardi, negli anni Novanta, questa lezione è rimasta disattesa. La tragedia si è ripetuta. Abbiamo assistito, ancora una volta, a un aumento crescente dell’odio e dell’istigazione, che nei Balcani e in Ruanda ci ha portato alla strada del genocidio.

Il genocidio degli ebrei d’Europa è stato conseguito non solo a causa della cultura sottoscritta dallo stato di odio e dell’industria della morte, ma anche a causa dei crimini dell’indifferenza e a causa delle congiure del silenzio. Ricordiamo che l’etiope Haile Selassie invocò invano l’aggressione di Mussolini nel 1935. Il fascismo marciava avanti, ottenendo una vittoria dopo l’altra. Mentre si preparava la guerra, la Cecoslovacchia fu costretta ad arrendersi a Hitler nel 1938, ma ulteriori appelli per la pace passarono inosservati. La risposta fu l’indifferenza internazionale, e il risultato fu la guerra mondiale e il genocidio.

Abbiamo assistito a una terribile indifferenza e inerzia anche recentemente, finendo sulla strada dell’impensabile – la pulizia etnica nei Balcani – e lungo la strada dell’indicibile – il genocidio in Ruanda – indicibile, perché questo genocidio era evitabile. Nessuno può dire che non lo sapeva. Sapevamo, ma non abbiamo mosso un dito, come avremmo dovuto fare per fermare il genocidio in Darfur, ignorando le lezioni della storia, tradendo il popolo del Darfur, e deridendo la responsabilità di proteggere la gente dall’odio di massa.

Nel mondo in cui viviamo, ci sono poche persone disposte ad affrontare con coraggio la battaglia per l’antirazzismo.

È una nostra responsabilità abbattere questo muro d’indifferenza, spezzare queste cospirazioni del silenzio.

L’indifferenza e l’abulia a una mancata azione ci devono far riflettere – l’indifferenza di fronte al male è accondiscendenza con il male in sé – è complicità con il male.

Se il XX secolo – simboleggiato dall’Olocausto – è stato l’età delle atrocità, è stato anche l’età delle impunità. Alcuni dei responsabili sono stati assicurati alla giustizia, ma molti sono stati amnistiati o dimenticati. In questo contesto, l’istituzione del Tribunale penale internazionale deve essere visto come lo sviluppo più drammatico nel diritto internazionale penale, in quanto Norimberga dev’essere ricordata per scoraggiare atrocità di massa, per proteggere le vittime e perseguire i responsabili.

L’Olocausto è stato reso possibile non solo a causa della “burocratizzazione del genocidio”, ma anche a causa della complicità delle élite – medici, leader religiosi, giudici, avvocati, ingegneri, architetti, educatori, e simili. Come è nostra responsabilità dire la verità al potere, il potere deve tenere conto della verità.

Il genocidio degli ebrei d’Europa si è verificato non solo per la vulnerabilità dei senza potere, ma anche per l’impotenza del vulnerabili. Non è sorprendente che la triade di igiene razziale nazista – le leggi di sterilizzazione, le leggi razziali di Norimberga, il programma di eutanasia – mirava a coloro “la cui vita non era degna di essere vissuta”, e non è irreale, come il professor Henry Friedlander sottolinea nel suo lavoro su “Le origini del genocidio”, che il primo gruppo individuato da uccidere fu quello dei disabili ebrei – il tutto ancorato alla scienza della morte, alla medicalizzazione della pulizia etnica, alla sanificazione del vocabolario della distruzione.

La responsabilità come cittadini del mondo e come rappresentanti dei governi è dare voce a chi non ha voce, siano essi disabili, poveri, rifugiati, anziani, donne vittime di violenza, bambini vulnerabili – i più vulnerabili dei vulnerabili.

Conclusione

I sopravvissuti dell’Olocausto sono i veri eroi dell’umanità. Hanno assistito e sopportato il peggio della disumanità, ma in qualche modo hanno trovato nelle profondità della propria umanità il coraggio di andare avanti, di ricostruire la loro vita come noi abbiamo costruito le nostre comunità. Ci dobbiamo ricordare che ogni persona ha un nome e un’identità – che ogni persona è un universo – che per salvare una vita si salva un intero universo.

Ricordiamo – e ci impegniamo – e questo non deve essere una questione di retorica, ma deve essere un impegno di azione – che mai più saremo indifferenti all’incitamento e all’odio, che mai più saremo in silenzio di fronte al male, che mai più ci lasceremo andare al razzismo e all’antisemitismo, che mai più ignoreremo la sorte dei più deboli, che mai più resteremo indifferenti di fronte alle atrocità di massa e all’impunità.

Parleremo e agiremo contro il razzismo, contro l’odio, contro l’antisemitismo, contro le atrocità di massa, contro l’ingiustizia – e contro il crimine dei crimini il cui nome non si dovrebbe nemmeno nominare: genocidio.

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Abbiamo bisogno della rivoluzione civile

ImmagineDai tempi di “Mani pulite“ emerge sempre più convinta nella gente la delusione per la politica. Molti giovani si tengono alla larga dalle questioni politiche, ritenendo che i politici siano il cancro della società. La forza seducente ma anche malinconica dell’antipolitica agita i sogni collettivi di chi ha visto crollare, sotto il peso dei privilegi e dei vizi dei politici, il castello di falsità e menzogne costruito a dovere dagli affabulatori della politica. La falsa politica della parola prevale sull’interlocutore, copre i propri individuali interessi facendoli apparire come interessi di tutti. Il maestro sapiente della vera antipolitica e della falsa politica è stato Silvio Berlusconi. L’ascesa, la caduta e la rinascita di questo pavido imprenditore lombardo che ha costruito dapprima il suo potere con l’aiuto del socialista Bettino Craxi, successivamente adoperando il potere concessogli dai cittadini per sdoganare le sue imprese facendone il regno della cuccagna, sono gli ingredienti della peggiore minestra che la giovane repubblica italiana abbia mangiato negli ultimi vent’anni. Berlusconi è sempre lì, circondato dai suoi nemici. Ha dimostrato che il suo partito non esiste e diventa una macchina da guerra solo quando il padre-padrone decide di spingere l’interruttore del comando. L’irrealtà dell’attuale scenario politico include un sonnacchioso Mario Monti, senatore a vita e tecnico di professione, che, non pago di aver conosciuto la fama internazionale nell’anno in cui ha presieduto il governo italiano, rinuncia alla poltrona di presidente della Repubblica per creare un partitino identico a tutti i partiti che sono nati in Italia, motivando la sua scelta come “rivoluzionaria“. Il partito di Monti si traveste di purezza ed efficienza, benché sotto la maschera si trovino la facce di Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini. La novità delle novità del partito di Monti è dunque vecchia come il cucco. Dove sono i partiti che potrebbero garantire un vero rinnovamento politico in Italia? Dove sono gli elementi sani della società civile che potrebbero sventare l’attacco al cuore della nazione dell’antipolitica (Beppe Grillo e il suo movimento 5 stelle, Giannini e Casa Pound sono i veri maestri dell’ipocrisia e della propaganda dell’antipolitica, pur accettando di voler far parte del meccanismo elettorale attuale, emblema della politica)? Dove sono gli individui che vogliano procedere nella direzione del pensiero sovversivo, ma onesto, disinteressato, partecipe, dello scarto culturale, del coraggio intellettuale di portare anche sentimenti e amore in questa afflitta politica? Se la politica finora ha fatto ingrassare gli esponenti della casta, ora è il momento di metterla a dieta. Ci servono uomini che sappiano coltivare le passioni collettive. Non esiste più il politico, ma la politica. La politica è la società di tutti. Non esiste più il pensiero individuale, ma la sapienza del ragionamento comune. La sveglia è stata attivata: la rivoluzione civile è alle porte. Invito chiunque a non barattare la propria «ragione» con le bugiarde promesse dell’opinione televisiva e del potere.